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 Il Sentiero Buddhista 
Lama Ole Nydahl Elenco degli insegnamenti

Conferenza tenutasi in occasione degli "Incontri di Basilea sulla psicoterapia 1997"



Sono molto contento di poter parlare a così tante persone, e vorrei aggiungere che questo convegno è molto interessante anche per me. Ci sono congressi da cui si può trarre del valore. Alla fine degli anni 70 sono stato ad un grande congresso simile a questo presso l’Università di Santa Cruz, sulla costa occidentale, in California. Era già di per sé un po’ stravagante e confuso, come c’è da aspettarsi dagli americani. Mentre il Dr. Hoffmann era stato invitato a parlare, quella volta erano seduti sul palco due signori che hanno reso molto celebri le scoperte del Dr. Hoffmann: gli psicologi Richard Alpert e Timothy Leary. Questa conferenza era il primo grande convegno sul tema "morte", quindi toccò una particolare sfera dei più forti sentimenti umani. In quell’occasione io parlai delle conoscenze del Buddhismo tibetano sulla morte e anche della pratica del Phowa, in cui si impara a controllare e condurre il processo del morire. Dopo questo evento ha avuto origine il nuovo movimento dell’Ospizio, tutta la tanatologia e il seguito alla morte, e credo che grazie a questo congresso, a cui parteciparono circa 2000 persone, davvero qualcosa si sia messa in moto.

Fondamentalmente nel Buddhismo si distingue tra felicità condizionata e felicità ultima. La felicità condizionata ha a che fare con le esperienze, la felicità ultima invece con ciò che sperimenta.

Oggi ci siamo incontrati grazie ai sogni di Lothar Riedel. Posso immaginare molto chiaramente che qualcosa di simile potrà riuscire anche a noi; come a quel tempo in California è nata un’apertura rispetto all’argomento morte, anche noi nei prossimi giorni qui a Basilea riusciremo a fare un salto in avanti sull’argomento "felicità", per poter aiutare ed essere utili in seguito a molta gente. Di fronte a tanto lavoro di Lothar e dei suoi amici sarebbe opportuno per noi tutti dare il nostro meglio, essere aperti, attivi e onesti e utilizzare il tempo in maniera appropriata.

Bene, allora: Cos’ha da dire l’insegnamento del Buddha sulla felicità? Le parole del Dr. Hoffmann hanno toccato di sfuggita questo ambito, e vorrei proseguire in maniera più ampia a partire dalla visione di un realizzatore (Yogi) nel Buddhismo tibetano.

Fondamentalmente nel Buddhismo si distingue tra felicità condizionata e felicità ultima. La felicità condizionata ha a che fare con le esperienze, la felicità ultima invece con ciò che sperimenta. Se si osserva il mondo esterno, le fabbriche, le strade, le case, le auto e così via, notiamo che tutte queste cose sono state costruite perché qualcuno voleva sperimentare un certo tipo di felicità. Gli ospedali e le carceri, invece, sono stati costruiti per poter evitare un certo tipo di sofferenza. Effettivamente, si cerca costantemente di costruire qualcosa all’esterno per compiacersi con se stessi. Eppure gli edifici, le auto, i bei paesaggi ecc. non possono far provare nessuna felicità di per sé. L’unica cosa che può mai sperimentare la felicità è la propria mente. Ciò che proprio adesso guarda attraverso i nostri occhi e ascolta attraverso le nostre orecchie, è ciò che sperimenta le cose; grazie alla mente tutto accade. Non c’è bisogno di nient’altro.

Dunque lo sforzo generale di costruire sulla base di condizioni esterne rimane molto vago. E’ come se si volesse spostare qualcosa che si trova lontano con un bastone lungo e fragile. E così va a finire ogni tentativo di voler essere felici attraverso le cose condizionate. Tutto questo non porta a niente. Okay, l’amore di una notte può essere fantastico, ma forse già la notte successiva si desidererebbe un’altra compagna. La prospettiva della quale ieri ci siamo tanto compiaciuti diventa irrilevante, se all’improvviso ci viene il mal di testa. Tutti i tentativi di voler provare felicità attraverso le cose condizionate e composite, che dovrebbero fornire alla mente un beneficio, falliscono continuamente. Specialmente al momento della morte. Come diciamo noi danesi, l’ultima giacca non ha tasche; non ci si può portare niente dietro, perciò sono necessari dei valori duraturi. Per questo motivo si dovrebbe utilizzare il tempo nel miglior modo possibile, per trovare le cause di una felicità vera e duratura. Dato che tutto ciò che è condizionato, creato, originato, essendo condizionato e composito, secondo la sua essenza non esiste in maniera duratura e reale, deve necessariamente anche finire. Da questa relazione hanno origine, negli esseri che non riconoscono la transitorietà delle loro esperienze, tre tipi di sofferenza:

Su cosa possiamo fare affidamento in questo mondo? Né sull’esistenza né sulla non-esistenza. Le più piccole parti dell’atomo scompaiono nello spazio, mentre altre particelle hanno origine nello spazio vuoto apparentemente senza cause oggettive. Per questo al giorno d’oggi sia ai materialisti che ai nichilisti manca il pavimento sotto i piedi. Perché quello che loro volevano dimostrare è introvabile e deve essere visto come due aspetti della stessa totalità.

La sofferenza totale e catastrofica, quando davvero non va bene più niente. Ci si ammala seriamente, una metà della famiglia e degli amici muore, non c’è più niente di appassionante, tutto ci crolla addosso e diventa drammatico, doloroso, tragico o tutto questo insieme.

Il secondo tipo di sofferenza viene spesso confuso con la felicità. E’ l’impermanenza delle cose che cambiano continuamente. Si pensa "Ah, che bello vedere sempre nuove immagini", finché non si cerca di trattenerle, cosa che ovviamente non riesce. Alla fine tutto svanisce tra le dita e non si può trattenere.

Infine c’è un terzo tipo di sofferenza, della quale il più delle volte non si viene per niente a conoscenza, perché si è troppo occupati con i primi due tipi. E’ il fatto che la mente è quasi sempre oscurata. Ci si può ricordare a stento del giorno precedente, ma la settimana passata è già scomparsa tra i ricordi. Non si sa neanche quello che succederà in futuro. Queste tre forme di sofferenza ci opprimono, finché non le riconosciamo e non riusciamo a sostituire l’impermanenza, la caducità, la transitorietà e la provvisorietà con valori su cui si può fare davvero affidamento.

Su cosa possiamo fare affidamento in questo mondo? Né sull’esistenza né sulla non-esistenza. Le più piccole parti dell’atomo scompaiono nello spazio, mentre altre particelle hanno origine nello spazio vuoto apparentemente senza cause oggettive. Per questo al giorno d’oggi sia ai materialisti che ai nichilisti manca il pavimento sotto i piedi. Perché quello che loro volevano dimostrare è introvabile e deve essere visto come due aspetti della stessa totalità. Non esiste da nessuna parte qualcosa di reale al quale si possono aggrappare. Non appena si vedono le cose, queste scompaiono di nuovo; se si cerca di mantenere lo spazio vuoto, questo si riempie di nuovo. Se è davvero così, a cosa ci si può affidare, interiormente ed esternamente? Su cosa si può costruire?

In effetti, c’è solo una cosa alla quale ci si può affidare, alla fin fine: alle possibilità dello spazio. Lo spazio è molto più di quello che si pensa normalmente. Quante volte ci capita di sapere chi ci telefona prima di sentire la voce? Quante volte riceviamo una lettera dopo aver pensato a qualcuno intensamente? Non accade tutto questo perché in questi casi e in questi momenti vediamo e sentiamo meglio del solito, ma perché da qualche parte c’è stato un attimo in cui abbiamo dimenticato di essere separati dalla totalità. Proprio mentre eravamo semplicemente là, nudi, aperti e tranquilli, qualcosa è accaduto. In questi momenti non viviamo le cose soltanto attraverso gli occhi e le orecchie, ma attraverso la vibrazione di ogni singolo atomo nel nostro corpo. Poiché lo spazio e l’energia internamente ed esternamente non sono separati l’uno dall’altra, ma sono espressione della stessa totalità, noi siamo sempre in unione con tutto. Nel Buddhismo questo si chiama "stato di verità", in sanscrito "Dharmamkaya" e in tibetano "Tschöku" e significa, da un lato, che tutto è parte della stessa totalità. Dall’altro, vuol dire che lo spazio è come un contenitore. Quindi lo spazio non deve essere inteso come una separazione o un buco nero. Naturalmente è l’istinto di sopravvivenza che ci fa essere consapevoli delle distanze. Chi ha saputo valutare nel corso dei secoli quanto fosse vicina una sciabola o, oggi, quanto è lontana l’auto da superare, il più delle volte è sopravvissuto e si è riprodotto, mentre chi non ha saputo valutarlo poco alla volta è scomparso. Perciò ci si difende contro i pensieri. Se invece immaginassimo, ad esempio, di non avere gli occhi solo sul viso ma anche dietro la testa, sarebbe ovvio percepire più spazio dietro gli esseri che tra loro. Se si fosse consapevoli delle distanze tra i corpi celesti, perfino l’Australia non sarebbe lontana. Suggerisco queste idee perché è importante sperimentare lo spazio come qualcosa che vive e unisce, come un contenitore che comunica tra gli esseri.

Questo è il senso dell’insegnamento del Buddha. Egli vuole far capire agli esseri che essi non sono le onde, ma il mare al di sotto delle onde, e vuole indicare loro lo specchio che si trova dietro le immagini.

Si può sperimentare molto di più, se si smette di aggrapparsi alle proprie idee rigide e invece ci si apre al mondo e si osserva quello che è possibile. Si scopre che questo spazio è gioioso in sé. Si possono creare le condizioni per una serata veramente speciale, con la giusta compagnia, ecc., eppure i momenti migliori della nostra vita sono dei doni. Sono quelli in cui ci si dimentica di se stessi. I momenti in cui, fra le braccia della persona amata, ognuno smette di essere separato, quando si sperimenta solo luce, un attimo senza tempo dell’"essere una cosa sola". In questi attimi si manifesta la gioia senza tempo della mente, la sua gioia intrinseca, che risplende se ci si sofferma nel regno di ciò che sperimenta, al di là della speranza e del timore. Questo livello è inseparabile dallo spazio, è una forza radiosa, ed è estremamente efficace. Lo spazio quindi non è soltanto una visione che si forma spontaneamente, né una trasmissione di conoscenze, ma la sua essenza è la più alta gioia. Esso è di per sé gioioso e ricco, lascia che le cose si originano da sé e fa esperienza di sé attraverso questi processi. Infine, lo spazio è anche illimitato e perciò è amore. Non parlo del tipo di amore concettuale, per cui si pensa, per esempio, da buon occidentale nato in una società ricca e sviluppata, di voler fare molte cose per i poveri e i disagiati di altre parti del mondo. Questo pensiero ovviamente è molto positivo, soprattutto se si aiutano gli altri a lungo nel tempo. Realmente efficaci sono invece quegli attimi interminabili, in cui l’amore nasce dalla non-separatezza e in cui si scopre che il proprio desiderio di felicità non si può o non si vuole separare dal desiderio di felicità degli altri. E’ estremamente chiaro che tutti vogliono trovare la felicità ed evitare la sofferenza. E, ciononostante, molte persone vivono in condizioni difficili.

Al giorno d’oggi, quando le parti del mondo più povere e non civilizzate soffocano per la sovrappopolazione e non conoscono la qualità della vita, si dovrebbe aiutarle non in maniera rapida, ma soprattutto in maniera duratura. Vendere le armi nel Terzo mondo senza fornire loro preservativi contro la sovrappopolazione appare un po’ insensato. Ci si dovrebbe seriamente preoccupare di aiutarli anche limitando la crescita della popolazione, altrimenti in futuro ci sarà ancora più sofferenza. Anche se oggi si deve pensare con un anticipo di 50 o 100 anni ad un’opera buona, questo non cambia il fatto che la percezione di questo amore immediato sia un’ulteriore espressione preziosa dello spazio. Questo significa semplicemente che le più grosse sfide di oggi ci costringono ad essere più intelligenti e a guardare al futuro con più forza.

Un simile amore, che non separa, nasce nei momenti in cui si scopre l’unità tra l’altro e se stesso. E questo è lo stato a cui mira il Buddhismo della Via Grande. Specialmente le tre antiche scuole tibetane della cosiddetta Via di Diamante, che si basano sulla meditazione, vogliono rendere possibile quest’esperienza. Viene creata la consapevolezza che ciò che guarda attraverso i nostri occhi e ascolta attraverso le nostre orecchie è, nella sua essenza, chiara luce. Tuttavia non si tratta di chiara luce come quella dei riflettori che ci stanno illuminando in questo momento. La luce della mente non è qualcosa di esterno. E’ uno stato costante di vivacità, del qui ed ora, in cui le visioni originate in questo spazio, direttamente unite con l’esperienza stessa, diventano chiare in un attimo. Quindi la meta è una costante intuizione in ogni esperienza.

Possiamo comprendere pienamente tutto questo solo se osserviamo attentamente chi siamo. In questo modo riconosciamo che non possiamo essere il nostro corpo. I corpi sono a volte magri a volte grassi. In un certo momento vengono originati, poi muoiono, e nel presente cambiano costantemente. Ciò che cambia costantemente non può essere niente di realmente esistente. Scoprire che non siamo il nostro corpo prima ci meraviglia, poi in realtà ci solleva: chi vorrebbe mai essere qualcosa che diventa vecchio e muore? Evidentemente un corpo non può offrire la vera felicità.

Dopodiché alcuni pensano: allora io sono i miei pensieri e le mie sensazioni. Ma anche quest’osservazione è priva di speranza: anch’essi sono impermanenti. Ci si sente bene perché è accaduto qualcosa di bello, e può capitare qualcosa di noioso o di negativo che annulla il nostro stato d’animo precedente. Inoltre le emozioni cambiano molto più velocemente del corpo. In un dialogo tra Mefistofele e Faust, Goethe suggerisce che non c’è niente che cambi più velocemente degli stati d’animo. Chi crede di essere le proprie emozioni è tratto in inganno. Chi si trova bene ad identificarsi con gli stati d’animo quando sta bene, come si dovrebbe considerare quando sta male? E poi, chi cerca la propria essenza, cioè qualcosa che non finisca, che non svanisca e che sia senza tempo, al di là dell’atto del generare e della transitorietà, troverà solo lo spazio. Solo lo spazio è incondizionato ed è autogenerato. Come ho già detto, ciò non significa spazio inteso come buco nero, ma spazio come pienezza, come un contenitore che comprende tutto, nel quale tutto accade e che unisce tutto. E’ l’esperienza in cui si comprende di essere la mente: ciò che fa esperienza, che guarda attraverso gli occhi e ascolta attraverso le orecchie, non limitato da ciò che si osserva, si sente e si vede.


Questo è il senso dell’insegnamento del Buddha. Egli vuole far capire agli esseri che essi non sono le onde, ma il mare al di sotto delle onde, e vuole indicare loro lo specchio che si trova dietro le immagini. Chi riesce a percepire se stesso come forza radiosa che vede, conosce e comprende, non verrà catturato dalla corrente di esperienze che viene osservata, vissuta e compresa. Questo è ciò che il Buddha voleva dare agli esseri. Egli si augura profondamente di spostare la loro attenzione dalle quotidiane esperienze altalenanti a ciò che sperimenta e che è senza tempo e perfetto, e il cui spazio è indistruttibile. Nessuno l’ha creato e nessuno può danneggiarlo o distruggerlo. Se si riconosce che la nostra essenza è spazio, si diventa senza paura.

Le meditazioni del Buddhismo della Via di Diamante utilizzano a tale scopo una fase di costruzione e una di dissolvimento. Vengono visualizzati nella nostra mente i Buddha come forme di energia e luce che attraverso un effetto di reazione agiscono sui movimenti e sui centri energetici. In questo modo si sviluppano capacità e possibilità che vanno oltre la dimensione individuale. Quando si consolida quest’impressione, si producono anche delle vibrazioni, o mantra, tra se stessi e il Buddha esterno. Poi si dissolve il Buddha in luce e ci si unisce a lui come l’acqua fluisce nell’acqua o la luce si irradia in altra luce. Alla fine resta solo consapevolezza, e ci si sofferma nello spazio, al di là della distinzione tra ciò che fa esperienza, ciò che è sperimentato e l’esperienza stessa. La mente è presente, senza centro né limiti, senza un qua o un là. Da questa condizione e da questa visione risplendono le diverse capacità della mente, attraverso la forza della visione. Quando non si può più mantenere questa fase del " soffermarsi nello spazio", durante la quale non si deve pensare consapevolmente al bene e non si deve cercare di evitare il male, né bisogna evitare di pensare, come fanno gli indù, ma si lasciano scorrere i pensieri senza giudicarli, si fa apparire di nuovo un mondo, fresco, risplendente e nuovo. Per finire si dona tutto il bene creato a tutti gli esseri.

Più volte l’anno in tutto il mondo insegno una meditazione di questo tipo, che cambia molto le persone. Si chiama "Phowa", la pratica del "morire consapevole". La trasmissione è giunta in Tibet 950 anni fa grazie a Naropa ed esiste oggi solo nelle tre antiche scuole tibetane della Via di Diamante. Con questa meditazione si impara a controllare il processo del morire, per poter sperimentare consapevolezza al momento della morte, nello stato della più alta gioia. Durante la pratica esistono tre tipi di segni. Il primo segno è quello fisico, cioè un’apertura circa otto dita dietro la linea naturale dei capelli. Non è grande, quasi un piccolo taglio, a volte visibile per una goccia di sangue; la maggior parte delle persone ha provato la sensazione di lasciare brevemente il proprio corpo e di sperimentare i livelli di più alta gioia e di perfetta libertà. Il secondo è un segno interiore, l’elaborazione di parecchie impressioni immagazzinate che si presentano quando il flusso di energia interiore del corpo viene purificato attraverso questa potente pratica. Poi affiorano nella mente anche le nostre paure e insicurezze, ma ne scaturisce soprattutto una vera realizzazione e un’enorme gioia. Queste sono le realizzazioni esteriori e interiori. Il terzo segno è quello segreto, la certezza che la paura sia scomparsa in grande misura. E’ la convinzione di essere in qualche modo indistruttibili. Ci si sofferma sempre più nel proprio centro e si diventa ciò che percepisce, non tutto quello che viene percepito. Non è qualcosa di specialistico, perché ognuno può imparare molto facilmente le parole giuste, ma è la certezza che il corpo e la parola sono la nostra ricchezza, mezzi che possono essere utilizzati per gli altri esseri. E’ così che ha luogo la più importante esperienza buddhista, quella della mente. Comprendiamo di essere proprio ciò che adesso vede attraverso gli occhi e ascolta attraverso le orecchie, ciò che sperimenta le cose ed è consapevole. Comprendiamo che è stupido lasciarsi trascinare via dal proprio centro a causa di quello che osserviamo e viviamo nel teatro che è dentro e fuori di noi. In questo modo si agisce nel mondo a partire da una situazione stabile con il corpo e la parola e si aiutano gli esseri, agendo sui loro molteplici stati ed eventi impermanenti e confusi. Poter lavorare per il bene di tutti gli esseri al livello della gioia senza paura che nasce dal riconoscere la mente, questa è la vera meta.

Il Buddha ha insegnato diverse vie per poter giungere alla meta. Alcune persone non sono così coraggiose, vorrebbero soprattutto evitare le difficoltà e diventano insicuri di fronte alle sfide. Queste persone si fanno spesso monaci o monache. Così si sentono rassicurati, non devono occuparsi di un sacco di cose e si sentono protetti.

Altre persone vogliono conquistare il mondo. Come un piroscafo, vogliono lasciare una traccia nel mondo e pensano: adesso rendiamo la società migliore, adesso costruiamo davvero qualcosa. Questo livello d’azione è per i cosiddetti laici. In questo caso, il Buddha non insegna cosa è da evitare, ma ciò che è possibile e che è degno di essere realizzato, e come si può rendere la vita per gli altri e per se stessi più significativa e ricca.

Il suo più alto livello di insegnamento si trova al livello della visione, al cosiddetto livello dei realizzatori. Prima li abbiamo chiamati Yogi, ma con questa parola la maggior parte della gente pensa ad un indù con il turbante. Perciò adesso lo chiamiamo realizzatore. Significa che dalla sua vita egli realizza davvero quello che è possibile. Stiamo parlando in questo caso del tipo di visione. Si tratta di poter vivere tutto al livello più alto e più puro possibile. Si capisce che non è necessario morire per andare in una terra pura o in qualsiasi altro posto per incontrare il Buddha, ma che tutte le qualità illuminate risiedono in ogni essere. La comprensione che la mente di ognuno è chiara luce, che perfino il vissuto di un piccolo ragno, che può dominare con lo sguardo solo un paio di metri quadrati di rete, è chiaro spazio. Questa comprensione rende tutto libero. Inoltre si può sperimentare ogni cosa ricca di potenziale e nuova, ogni atomo vibra di gioia ed è tenuto insieme dall’amore. La mente può davvero sviluppare la sua forza gioiosa e la felicità diventa così duratura.

Si tratta di fare un salto dalle immagini nello specchio, la consapevolezza passa dalle onde al mare, dalle esperienze a ciò che sperimenta. La frase che potrebbe riassumere la conferenza di questa sera, sia per il sentiero e che per la meta, suonerebbe: comportarsi come un Buddha finché non lo si diventa. Bello, no? Vuol dire rafforzare la visione che tutti sono dei Buddha, che non lo hanno ancora riconosciuto e che tutto è già una terra pura. E’ davvero necessario ripulirsi gli occhi dalla polvere per percepire che tutto è l’espressione della saggezza autogenerata e perfetta, che qui ed ora le illimitate possibilità dello spazio giocano sempre e ovunque. Questa visione è indispensabile per una felicità reale, ultima e duratura, e le meditazioni buddhiste puntano a questa esperienza. Nonostante il Buddha 2500 anni fa dichiarò il suo stato come "la fine della sofferenza", tenendo presente l’insieme delle idee dei suoi studenti, l’esperienza è realmente così forte, è come infilare le dita nella presa della corrente e sperimentare allo stesso tempo un’immensa gioia senza tempo.

Ci sono tre tipi di meditazioni per raggiungere questo stato: con un primo tipo, la mente viene calmata e mantenuta in quella condizione, come una tazza di caffè che non si agita più finché tutto si riflette dentro. Un’altra strada è lavorare con l’attitudine verso la compassione e la saggezza, che servono ad andare in profondità. Al terzo e più alto livello, quello del diventare una cosa sola, la visione, la forza e la profonda fiducia conducono ad una totale apertura di tutte le qualità intrinseche della mente. In questo caso si diventa determinati, perché la mente non ha bisogno di nient’altro, poi si diventa naturali perché la ricchezza di tutto quello che già esiste supera ogni tipo di desiderio. Successivamente si viene a conoscenza di ciò che sperimenta in maniera stabile attraverso ogni tipo di esperienza; alla fine, nessuno sforzo è più necessario. Senza separazione tra soggetto, oggetto e azione si agisce per tutti gli esseri in modo duraturo.

Per concludere vorrei farvi riflettere ancora su un punto che potrebbe essere utile agli psicologi e ai terapeuti. Sul fatto che non esiste affatto una verità "normale". Il più delle volte si pensa che tra i bei sogni e gli oscuri precipizi ci sia qualcosa di reale, un posto dove esiste una verità. Questo posto però non è ancora stato trovato. Se si continua a cercare qualcosa di veramente esistente e indistruttibile, si troverà soltanto una cosa, e questo è il punto, in cui tutto si riunisce, in cui la più alta gioia, il più grande amore, la più grande forza, il più grande coraggio, la più grande energia, la più alta saggezza e la più alta visione si completano.

Detto altrimenti: il più alto livello di funzionamento è la più alta verità. Se si sta meglio, se tutto va bene, se gli aspetti appassionanti della mente risplendono, ci si avvicina sempre più allo stato di Buddha. La differenza tra un Buddha e noi è che lui ha sviluppato tutte le facoltà del corpo, della parola e della mente. Ognuno di noi può fare esattamente lo stesso, e come ho già detto più volte, non esiste una felicità più alta.

Bene, concludo qui, non vorrei che vi dimenticate l’inizio del discorso perché la parte finale è stata troppo lunga. Buona fortuna a voi e ai vostri colleghi!

Pubblicato in: "Die suche nach Glück und Sinn", Verlag Mandala Media 1997